Parachutes - Paper Birds
Vi ses.
Ho sempre pensato che camera tua fosse l’ultima frontiera dell’essere donna. Il tuo armadio con le perdite laterali, il tappeto in un punto sempre diverso della stanza, le fotografie sulla parete che cambiavano con te e con le stagioni. Ma era anche un gran casino. E lo pensavo anche quel giorno, seduto sul futon con la schiena contro il muro e un groviglio di lenzuola blu sotto il culo. Il tuo computer gemeva di polvere e incuria sulle ginocchia. Friggeva lui, e friggevo io, nella mia polo scura. Friggevano i vetri sotto il sole, friggeva Bukowski sul comodino, un post-it illeggibile, i miei polpastrelli lenti e insicuri, sui tasti, friggevano i caratteri della mia lettera di motivazioni e friggeva il tuo sguardo nascosto dietro la mia spalla. Friggeva e ne sentivo il profumo, il profumo di un impasto morbido che sfiora timido come un bacio la teglia imburrata. Friggeva il cd nel lettore. Friggevano le parole che semplicemente non dicevi ma che sfilavano grasse e irriducibili nell’atmosfera. Ti arrabbiavi perché non le sapevi nascondere abbastanza bene e riuscivo a indovinarne il colore anche sotto la maglietta. Friggeva il mio silenzio. Come sempre. Come un diritto.
Arriva sempre quel pomeriggio in cui tu dici “magari me ne vado” e lei non dice praticamente un cazzo. La vita credo stia tutta in quello che succede tra la sillaba finale della frase e la sarcastica consapevolezza, partorita in un altro pomeriggio un po’ meno caldo, che tuo malgrado, non partirai.
Sarai solo più vero, più nudo, più sudato e indispensabile di ieri. Nella tua polo.
Da un po’ di tempo ti piace infilarti sotto la pelle di qualcun’altro e da lì provare a scrivere.
Mi piace come sollevi gli angoli della mia bocca e arricci dentro un punto e virgola le fossette appena sopra le guance.

Foto di laEmi
Dente - Sempre uguale a mai
ora me lo fate usare il mio diritto al torto ?
datemi un sasso!
cattive abitudini.
Altro che cerone.
Piove. Si scivola meccanicamente lungo i margini di Via Garibaldi, sotto i balconi. Tutti. Come se un’onda invisibile stesse attraversando il centro della via.
Tutti. anche i mimi, tutti bianchi. Col trucco bianco che inizia a colare, la giacca bianca, le scarpe bianche. La camicia bianca. Niente corda invisibile. Niente muro.
Da qualche parte un ragazzo stringe più forte una ragazza tra le braccia, perché riconosce, prima ancora che si palesi in lei, tutto il suo timore per quei visi di cemento.
La piazza è sapone sotto le scarpe.
C’è un uomo in monociclo. E’ bello e grigio.
Io e questa città siamo due anziani coniugi separati in casa.
Ci detestiamo con flemmatica dolcezza.
Ma la notte, quando mi giro su un fianco, mi sveglio e la vedo.
Ricordo con una ruga che assomiglia a un sorriso, a un sesso, a un corridoio, perché l’ho sposata.
In un settembre torrido.
Sotto un arco di gelsomini.
A volte, a colare, non è il trucco, ma il colore vero della carne.
Altro che cerone.
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Jack White - Love is Blindness
Tempura
Se vieni a torino.
se vieni a Torino, parti dal presupposto che Torino è donna e anche un po’ puttana. Con le tette grosse e un bel vestito di raso scucito ai bordi. Magari la puttana di cui parlava Dalla in Disperato Erotico Stomp, ottimista e di sinistra. Con le sue fisse, le sue superstizioni, il suo fatalismo borghese e proletario.
In fondo in mutande siam tutti uguali.
Per cui portale una rosa, ma dimenticala sul treno.
Non acquistare nessun abbonamento, nessun biglietto del tram. Scegli la primavera e passeggia a piedi: lo smog è strozzato dal profumo dei glicini in fiore, il cielo si scopre malizioso i seni nel mettere in lavatrice il suo golfino grigio.
Preparati agli opposti, all’incoerenza femmina e alla tempura.
Per le verdure in tempura l’ingrediente fondamentale è l’acqua gelida e frizzante che, a contatto con l’olio bollente, crea leggerissime bolle croccanti.
E’ un contrasto necessario e sublime sotto la lingua.
Preparati agli opposti.
Cerca di arrivarci in treno, a Porta Nuova, prima che diventi un centro commerciale. Attraversa Piazza Carlo Felice, goditi la penombra dove resiste il sadismo abusivo del gioco delle 3 carte. Sei nel giardino dei soli, difficilmente popolato di coppie o gruppetti, a differenza del vicino parco del Valentino, ospita per lo più il silenzio di minuscole, mute, serene solitudini, che a volte, si sa, hanno la chimica tendenza ad appaiarsi. Ma solo a volte.
Percorri via Roma, una bocca porticata ebbra di dopo barba profumato e denti d’oro ma anche di carie divinamente celate che si regalano allo sguardo solo dopo un lungo corteggiamento.
Allunga le gambe all’ombra della statua di Piazza San Carlo: se sei fortunato potrai riconoscere distintamente una fisarmonica e un tango, gattonare sensuali dai cortili invisibili. Ci sono due chiese, una era la chiesa dei ricchi, una per le messe della plebe.
Danzeranno.
In piazza Castello, piazza Vittorio, sull’ascensore della Mole, al quadrilatero Romano, al Valentino, ci andrai, inevitabilmente. Per questo io ti invito, se vieni a Torino.
A passeggiare per via Barbaroux, godendoti le vetrine di fate e artigianato, le piccole boutique di pan cakes.
Ad affittare una bicicletta e percorrere il lungo Pò nel sole, su, fino alla collina e ritorno, a fermarti nel punto esatto in cui, in certe ore del giorno, i palazzi e la Mole formano uno skyline di cartone pronto a staccarsi al primo vento. A farle l’occhiolino tra le fronde degli alberi.
A fermarti nel centro di Piazza della Repubblica e annusare l’aria nelle ore del tramonto, riconoscere la menta del Piemonte, i limoni, i pomodori e le spezie, a guardare le ruspe che spazzano via i cartoni, i cestini, i sedani, le voci dei mercanti e un altro giorno. Giallo, in picchiata contro la facciata dell’Antica tettoia dell’orologio.
A ordinare un calice di Barbera in via Borgo Dora, scorrendo liquido nei solchi, tra le pietre lucide.
A salire sul colle della Maddalena, con un cartone di pizza, per governare, pochi istanti, insieme al faro.
A chiedere un consiglio alla vecchia Superga.
A guardare la foschia del mattino rantolare sballottata tra le fermate del tram, dagli scalini della Gran Madre.
A farti prendere a schiaffi dalle stagioni, seduto su una panchina di Largo IV Marzo, dove la primavera disegna un solco nuovo sui visi consumati degli anziani della briscola, dove l’inverno adagia un bavaglino di neve sul petto di Giovanni Battista Botero, dove una volta ho visto un adolescente baciare una ragazza truccata da mimo, con una lacrima di rimmel sulla guancia. E mi sono innamorata.
A prendere un caffè in Piazza Bodoni, di fronte al conservatorio, con la melodia di un’arpa, di un pianoforte, che galleggia vanitosa nel vento caldo di mezzogiorno, svolazza tra i palazzi pallidi e ti si adagia tra le dita, con un invito a cantare. A promettere il mattino ai Murazzi, solo per sentirti un po’ più eroe, per un fischio nelle orecchie e un bruciore alla gola.
A sederti in Piazza Valdo Fusi, una piazza detestata dai più, una colata geometrica di cemento che con la sua sfiga di grigia, reietta, sa offrirti pacatamente il Nulla, predisponendoti, matematicamente al Tutto: brutta, è il filo grezzo che tiene unite le perle di una collana.
A scoprire che in Piazzale Valdo Fusi c’è un locale jazz che è un cuore caldo e sofisticato, e se ne sta lì, dove la musica è più di un colore.
E’ l’unico, morbido, colore.
A perderti con la puttana, la maestra, la mamma. A seguire il profumo che emana dal suo collo nudo, intriso di essenza di notte e liquore al gianduia.
A non domandarle assolutamente niente.
Foto di Stefano Scaramuzzo
disarm.
è tagliare in bicicletta con una diagonale calda e invisibile piazza Vittorio Veneto. Mentre tornano superbi e riposati i tavolini di plastica dei dehors e qualcuno li massaggia piano con uno straccio imbevuto di Vetril.
Quel profumo. Quello del Vetril che si adagia su un soffio di vento e ti sfila sotto al naso sculettando audace, solo per farsi assaggiare.
L’aroma di caffè che si innalza fiero, più forte di ieri, dai sacchi ruvidi della torrefazione e scivola piroettando sulla linea arricciata di un naso.
Di un naso così abituato che anche oggi, quel profumo, non lo sentirà.
E poi quello delle melanzane fritte.
C’è la primavera e ci sono le melanzane fritte. Per me.
non c’è una spiegazione.
è come testa o croce,
la chitarra e i falò,
una pagina e un paio di occhi,
John Lennon e Yoko Ono.
Nessuno si chiede il perché.
Nessuno si ribella al dogma.
Ma l’uno presuppone l’altro.
indissolubilmente.
farina.
uova.
olio.
s a l e .

foto di Renata Schirò
Kings Of Convenience - I’d Rather Dance With You
cercati e poi vibra d’orgoglio, anche stasera.
il peperoncino d’argento
c’era una volta.
c’era una volta un padre. Non un padre come gli altri. Un padre sicuramente meno bravo. Un padre di quelli che che li guardi e ti chiedi come abbiano fatto. Ti chiedi come abbiano fatto a non farsi fregare prima. Che ti chiedi come possano fregarti ancora. Un padre che aveva in tasca un peperoncino d’argento. E non era un padre da favola, non era un mago, non era un saggio, ma aveva questo peperoncino, nel portamonete, membro pigro di un’orchestra tintinnante. Membro fedele delle sue tasche. Non uno scettro, non una corona. Un peperoncino d’argento.
Il giorno che perse la giacca, la tasca, il portamonete e quindi il prezioso, sordo, trascurato peperoncino d’argento, si ricordò di lui. Di un peperoncino d’argento in un piccolo portamonete. Lo sapeva ogni giorno. Ma lo dovette ricordare per saperlo di nuovo. Lo ricordò paziente, sul davanzale di un centesimo di rame, annoiato come un’anziana moglie dietro i vetri di un matrimonio.
Quel peperoncino d’argento era il regalo di una figlia piccola come un portamonete.
No.
Di una figlia grande come un portamonete.
Ma molto più piccola di una cicatrice.
Non era più abile a ricordarne le dimensioni, ora che il portamonete e il peperoncino tintinnavano irrequieti nelle tasche di qualcun’altro.
Negli anni la figlia era divenuta giorno dopo giorno più piccola, più piccola del tempo, più piccola del silenzio, più piccola di una fotografia, più piccola di una città, più piccola di una poesia di Pablo Neruda e di un tango. Così piccola che in un giorno d’autunno l’aveva conservata senza sforzi, senza pianti e senza alcuna resistenza, nel proprio cellulare, dietro lo sportellino di plastica, accoccolata tra l’asterisco e lo zero.
Si ricordò di quando ella era così grande da poter sollevare con gli angoli della bocca un peperoncino d’argento, aprì lo sportelletto e la trovò come sempre annoiata, come sempre dall’altra parte. Dall’altra parte rispetto allo zero, all’asterisco, al display lampeggiante degli anni. Condannata a scappare da trappole inesistenti eppure scaltre, dalla paura di essere mangiata. Piccola. Più piccola di un peperoncino d’argento.
Chiunque scapperebbe, se fosse grande poco più di un pulsante.
“Ho perso il peperoncino che mi hai regalato tanti anni fa.”
Dovette urlare nelle piccole orecchie della figlia, grandi come la cruna di un ago.
“Un peperoncino è un portafortuna, un augurio. Perché mai te lo avevo regalato? Non ricordo.”
“Non lo ricordo nemmeno io, è passato tanto tempo. Eri così grande.”
Te l’ho detto. Il peperoncino non era uno scettro, non era una corona. Ma quel giorno di marzo, con lo spogliarello dei mandorli in fiore nel vento e un milione di lacrime rosa, su, nei balconi più alti delle case popolari e nei solai in fiamme, quel giorno di marzo che il peperoncino sparì, quel giorno con le orecchie tappate e le ossa fragili, il peperoncino sprigionò tutta la magia che neppure sapeva di avere, da lontano, dalle tasche di velluto di un giacca qualunque.
La figlia tornò grande, più grande di un tango, di una poesia di Pablo Neruda, più grande di una città, di una fotografia, di un silenzio, del tempo.
Più grande, pensa, del silenzio del tempo.
Sorrise. Guardò il mandorlo nudo nel cortile di cemento. Scese a coprirlo con una sciarpa di seta. Perché era piccola si. Ma ricordava freddo e calore come timidi amici di infanzia. Era buona.
Con le sue nuove orecchie poteva sentire quel padre parlare. E parlarono degli anni ‘70 a Milano. Della statale per Verona in autostop, di un basso, di una cantina. Di un amico di nome Paolo. Di 50 lire risparmiate per comprare un canzoniere.
Dei Rolling Stones.
Di quando anche lui era più grande, così grande da pizzicare quattro corde d’acciaio.
Del peperoncino d’argento invece, parlarono poco.
Ma non lo dimenticarono più.
In un giorno qualunque tra i balconi grigi delle case popolari, una figlia aveva ricordato, tra le palpebre ingiallite di un padre.
Ricordato un piccolo peperoncino d’argento, regalato affinché fosse perduto, mostrando l’alone umido e biancastro di un’assenza, di quella fotografia mai scattata. Delle cose dette mai.
E una ruga si abbandonava alla morte, risucchiata da un travolgente, dimenticato riff di basso, incastrato negli angoli salati di una bocca.
Ed è per questo, figlia mia, che credo fermamente che esista un sottile filo di rame, una corda, una vena, come un conduttore, che attraversa i destini delle cose perse e di quelle trovate. E se si trovano in qualche posto, se esiste un qualche paradiso, per loro, credo che assomigli alla corsia di ferro su cui passano le palle da bowling, dove è proprio l’equilibrio tra più e meno a permettere il gioco, a permettere la scelta della palla migliore da perdere, da mandare via, giù, lungo sentieri lubrificati grossolanamente.
Ma anche e soprattutto.
Da trovare.
In un giorno di marzo, proprio come questo.

Davide Van De Sfroos - La Figlia del Tenente
Vedo le case, ecco le rose.
Se proprio devo pensarlo allora voglio pensarlo così. Voglio pensare di avere una luce di carta accanto al letto basso, rossastra, un tappeto sempre caldo, le pareti bicromatiche e indecise e un pavimento di legno. Voglio una finestra che si affacci sulla Dora, quando è placida e rosa, quando è incazzata, quando beve coppe di neve al sole di mezzogiorno, quando ha le dita ghiacciate e i polpastrelli viola. E bestemmia. Voglio che la facciata di casa mia ricordi un palazzo del nord Europa e che non c’entri nulla con quelli adiacenti. Così da poter sempre dire “vivo lì, nel palazzo che tenta la fuga da un abile complotto di cemento e balconi!” oppure “vivo lì, nel palazzo sbagliato” o ancora “vivo lì, nel palazzo giusto, lo vedì? indomito, resiste nella morsa nemica!” e infine “vivo. punto.“
Aiuterebbe molto nell’intento una struttura leggermente fatiscente, o perlomeno storta, da un lato. Mi piacciono l’austerità, la serietà, la compostezza. Ma solo quando si tradiscono. Come togliere gli occhiali da vista a qualcuno prima di baciarlo, come far sorridere un professore durante un esame, come una giacca grigia con la fodera a pois, come un risotto con tre piccole scaglie di cioccolato fondente.
Litigare per le bollette e il film da guardare. Ma solo per finta.
Imparare la linea del tuo tempo per scivolare spontaneamente negli spazi che lascia. Fare lo stesso con la linea dei tuoi silenzi.
Perché lo stesso faresti con me.
Ogni giorno esorcizzo l’amara ignoranza di te, svendendo il tuo nome al mercato delle pulci. E chi passa mi prende in giro. E crede davvero che mi innamori dell’atmosfera intera. Di un paio di occhi, di una camminata sciolta, di un suono, di un nome. Tu che sei semplicemente Amore, che non so pronunciare, che non so guardare negli occhi.
Ma non serve a nulla chiamarti in qualche altro modo.
Non ti gireresti. Non ti volti mai.
Lo dicevano in qualche libro, in qualche tempo. Un po’ più in là.
Guardare il fiume unire come un’arteria i ricchi i belli i poveri gli stronzi i martiri i sognatori i perditempo i brutti i coglioni i geni i famosi i diseredati i derelitti gli innamorati gli stanchi i lavoratori i viziati i viziosi i potenti gli impotenti le frigide i genitori gli studenti gli artisti gli ubriachi i pazzi gli sconfitti i vincitori di questa città.
Senza mai concederti il vanto di poter capire chi abita il ventricolo che pompa vita alle strade e ai lampioni, oltre l’azienda fornitrice. Chi è che comanda.
Secondo me comanda Dora. Silenziosa, gratuita, maldestra. Eclettica nel suo non darsi mai profondamente bella allo sguardo, ma sempre differente, a seconda dell posizione in cui sceglie o le capita di dormire.
Nell’ombra. Li farà crollare e poi annegare quei ponti osceni. In una domenica senza sole e senza passanti. Solo il vento se ne accorgerà, e di spalle scioglierà un sorriso trasparente.
Da qualche parte sotto questo cielo prugna, sono certa che due persone stanno avendo un orgasmo, profondo e sincronizzato.
E tutto questo è dedicato esclusivamente a loro.

Smashing Pumpkins - Stand Inside Your Love
il degenero è la strada della comprensione.
mescolare tutti i colori di una tavolozza non serve assolutamente a niente, il piacere alcolico di affondare il pennello nelle striature concentriche e sempre più magre delle tinte dura appena qualche secondo, lasciando sufficiente spazio al rimorso per concedersi alla sua amara, acromatica tortura.
è solo lì che ti accorgi di quanto fossero importanti il rosso, il blu, il verde, il nero, il bianco, il giallo.
è lì che impari a gustare singolarmente la puzza di ogni singolo pigmento.
espandersi e ricominciare.
a matita.
punto.
reincarnarmi in una brioche. vuota e integrale.
Secondo me non lo sai,
che c’è un’ora, conficcata come una spina nei pomeriggi d’inverno, in cui il cielo, del color carta da zucchero, naufraga indomito nel giallo e nel rosa, alle spalle della Mole Antonelliana, celebrando l’avorio delle sue esili colonnine.
Non lo sai. Che c’è un enorme punto interrogativo giallo limone che dondola sospeso tra i palazzi, quasi all’angolo con via Montebello.
Non lo sai che da quassù, se non sei superstizioso puoi guardare la stella che gioca a fare la funambola sulla punta, e bagnarti gli occhi di una luce alla quale non eri preparato.
Perchè non siamo mai preparati. Quando questa città ci fa ondeggiare le chiappe sotto gli occhi. E’ sempre come la prima volta al bancone del bar, è sempre come lasciar cadere la testa alla ricerca di un profumo buono di cui vorresti ricordare le dita, è sempre come innamorarsi di un uomo in bicicletta e sussurrare addio dall’altro lato della strada, e scrivere di lui, del passante e di un’ipotesi di eternità alla fermata del tram.
I comignoli fumano seduti sulla neve e penso alle tante manovre inutili per raggiungerti sul tetto, comodo come un piccione. Alle paure che colano giù dalle grondaie di San Salvario insieme ad aghi di ghiaccio, quando è ormai troppo tardi per una risposta. Troppo presto per una domanda.
E ancora una volta non siamo preparati.
Non lo sai come emerge da sotto le lenzuola l’odore chiassoso del mercato, come riemerge dal barattolo di zucchero l’immensa sinagoga, seguita dai palazzi, dalle case, dagli alberi, dai semafori, dai cassonetti e infine anche da me.
E allora vieni qui, che devo fermare l’ascensore panoramico e baciarti sotto lo sguardo impassibile del dio Moloch. Annusarti le guance. Macchiarmi di inchiostro.
Devo studiare in un posto meno bello. La prossima volta.

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